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AIDORU | Dario e Diego
Aidoru in giapponese corrisponde a idolo, ma è utilizzato per indicare quelle star che - protagoniste di fulgido e istantaneo successo - spariscono dalla circolazione altrettanto rapidamente. Senza grande clamore o hype particolare, gli Aidoru sono riusciti invece a conquistare un posto d’onore nel cuore degli amanti della musica italiana di qualità, centellinando le uscite e pronti a “restare” tra tendenze avant puntellate da una visione della musica molto personale e caratteristica, oltre che variegata e mai banale. Dolo qualche mese fa hanno ribadito il loro valore con lo splendido Songs Canzoni – Landscapes Paesaggi. Di seguito l’intervista con Dario Giovannini e Diego Sapignoli.
Gli Aidoru di 13 Piccoli Singoli Radiofonici sono gli stessi Aidoru di Songs Canzoni – Landscapes Paesaggi? Partendo da ciò, ci raccontate la “storia” del gruppo?
Dario Giovannini: Bisogna sottolineare che dall'uscita di "13 piccoli" a "Songs Canzoni" sono passati quasi cinque anni, per cui la mutazione è stata notevole oltre che inevitabile. In generale, comunque, nel corso della nostra evoluzione artistica, siamo sempre stati abbastanza eterogenei. Possiamo tranquillamente dire che ogni disco sia stato sempre radicalmente diverso dagli altri. Con "Songs Canzoni" siamo riusciti a far dialogare le nostre singole esperienze disparate maturate in cinque anni di attività. Per quanto mi riguarda la frequentazione con gli ambienti teatrali, per quanto riguarda Diego, l'esperienza di improvvisazione e sperimentazione musicale con tantissimi artisti italiani e stranieri. Per quanto riguarda Mirko e Michele, altri progetti musicali ed extramusicali. La somma di tutte queste esperienze ci ha portato ad un suono molto complesso, ad una concezione dei brani e dei "paesaggi" molto densa e significativa. Considerato che siamo partiti come punk rock band, direi che l'evoluzione è stata notevole.
Diego Sapignoli: Prima di 13 Piccoli Singoli Radiofonici abbiamo realizzato Cinque Piccoli Pezzi Per Gruppo Con Titolo, il primo lavoro ufficiale di debutto al quale sono e sarò sempre particolarmente legato. Dopo un ottimo esordio pieno di soddisfazioni (personali e non solo) abbiamo iniziato l’importante collaborazione con il Teatro Valdoca. Nel frattempo abbiamo concepito “13 piccoli..” arrivando ad un punto di arrivo a livello compositivo basato su criteri che ritengo decisamente superati. Dopo quel momento il gruppo è esploso. La collaborazione con il Teatro Valdoca è andata via via esaurendosi e abbiamo iniziato a collaborare con diversi artisti nazionali ed internazionali sia singolarmente sia insieme. È nata Aidoru Associazione, il Festival Itinerario Stabile e tante altre cose. Il tutto ha allargato enormemente le prospettive. Questi passaggi hanno portato pian piano alla creazione del nuovo disco.
Quanto conta l’improvvisazione e quanto la composizione classica nel definire la vostra cifra artistica? Quanto ha inciso questa dicotomia per l’ultimo disco?
Dario: Questo è effettivamente un punto chiave della nostra ricerca. In quest'ultimo disco siamo riusciti a far vivere entrambi i mondi in un'unica soluzione. La composizione classica è una "tecnica" che in questo disco abbiamo applicato in seguito ad una serie di sessioni di improvvisazioni in cui è venuta fuori prevalentemente l'anima dei brani. Attraverso un processo di riflessione abbiamo poi elaborato il materiale. Il disco, di conseguenza, è il risultato di un approccio assolutamente spontaneo, affiancato ad un processo teorico di drammaturgia sonora.
Diego: Considero l’imprevisto e l’improvvisato una grande risorsa e possibilità. L’ultimo disco è stato concepito partendo da libere improvvisazioni poi semi strutturate in seguito. Una formula ovviamente collaudata nei processi compositivi di tanti, ma che all’interno del nostro modo di lavorare ha segnato una svolta o comunque un ritorno in parte a quando scrivevamo brani per gli spettacoli teatrali. Partivamo da un solo suono, da suggestioni visive e poi via via si delineava tutto il resto.
Cosa ha portato alla scelta di dividere idealmente il disco in “Songs” e “Landscapes”? “Semplice” catalogazione o il desiderio di rimarcare determinate fascinazioni trasversali che si ripartiscono tanto in un ambito che nell’altro, tanto da renderli in qualche modo interscambiabili?
Dario: Diciamo che effettivamente c'è paesaggio nelle canzoni e viceversa. Semplicemente si poteva effettivamente pensare che certi "paesaggi" non potessero essere assolutamente delle canzoni e che certe canzoni fossero effettivamente tali. Comunque in noi è sempre stata presente una forte suggestione immaginifica, paesaggistica. In questo disco in un qualche modo è stata concettualizzata e dichiarata. Abbiamo cercato una modalità per ricalcare gli aspetti formali di un paesaggio cercando quindi di non essere schiavi delle griglie formali (forma canzone, per esempio) prestabilite.
Quando l’artwork e il disco sono inseparabili. Com’è nata e cosa comporta la scelta di titoli “sintetici” per i pezzi e l’idea di riempire i bordi e gli interni del booklet delle parole di Roberta Magnani?
Dario: Avevamo bisogno di qualcosa che desse uno spunto, un aiuto alla percezione del nostro messaggio in musica. Abbiamo pensato che delle parole poetiche potessero essere il metodo più efficace per suggestionare senza dettare. Per quanto riguarda i titoli abbiamo sempre avuto una ricerca abbastanza particolare. Diciamo che i titoli nascono anche un po' a tavolino. Cerchiamo di inventarci titoli un po' pittorici, talvolta richiamando le metodologie classiche tipo "Sonata n.1" o “Scherzo In Mi Min.” Per noi un pomeriggio può diventare come un paesaggio una forma musicale. Da qui nasce ad esempio "Pomeriggio n.1".
Oppure "Ritratto Delle Correnti" può essere il titolo di un quadro.
Le “radici” musicali degli Aidoru?
Dario: Gli Aidoru provengono di comune accordo dal punk. Poi ci sono state le evoluzioni più disparate. Un elemento distintivo è stato sicuramente lo studio della musica classica in maniera piuttosto approfondita.
Diego: Le radici risalgono al Punk come attitudine, libertà come scelta di vita e la musica classica come trattamento di certe dinamiche, come approccio verso il lavoro che si sta creando. Sembrano due caratteristiche opposte l’una dall’altra, ma in maniera personale credo si sia trovata una formula abbastanza funzionale.
Gli Aidoru live come funzionano?
Dario: Il live degli Aidoru è sicuramente molto più d'impatto rispetto al disco. Tendiamo generalmente a trattarci come un "quartetto cameristico elettrico".
Per cui a risultare quasi come un concerto di musica classica. Non utilizziamo basi e cerchiamo di suonare assolutamente tutto dal vivo. Anche il suono cerchiamo di omogeneizzarlo, raccogliendo tante sorgenti sonore in uniche amplificazioni. Non ci sono tante parole e generalmente il flusso del concerto inizia con l'inizio e finisce con la fine, un po' come se fosse tutto un concept. Tanti dicono che il risultato è un po' come guardare un film o assistere ad uno spettacolo teatrale.
Diego: Dal vivo dilatiamo molto le strutture. Alcuni brani su disco sono un’istantanea che sul palco sviluppiamo, improvvisando e non. Abbiamo un suono molto acustico e l’utilizzo dell’impianto audio è minimo ed in alcuni casi superfluo.
Le possibili vostre mutazioni future?
Dario: Nostre propaggini in altre discipline e altri progetti musicali si stanno già consolidando da tempo. Ci piace pensare di essere un gruppo aperto e variegato. Viviamo tantissime esperienze al di fuori degli Aidoru e tendiamo a tenere tutto estremamente aperto e in comunicazione, in modo da poter creare un suono sempre fresco ed innovativo. Abbiamo in progetto l'uscita del disco delle registrazioni della nostra versione di Tierkreis di Karlheinz Stockhausen e poi sicuramente ci metteremo al lavoro per un nuovo disco. Ci piacerebbe tanto trovare una formula comunicativa per far capire al nostro pubblico le innumerevoli sfaccettature che il nostro progetto sta maturando nel tempo. Comunque, di base, c'è un'estrema curiosità nei confronti di tutte le altre discipline artistiche, all'insegna della contaminazione e della trasversalità.
Diego: Personalmente mi piacerebbe molto confondere ulteriormente i nostri connotati. Mi immagino di creare il nuovo disco partendo da suoni diversi dalla solita formazione due chitarre, basso e batteria.
Link utili:
www.itinerariofestival.it/Aidoru/Homepage2.html
www.myspace.com/urodia
A cura di: Giampaolo Cristofaro [giampaolo.cristofaro@audiodrome.it]
Aidoru's official blog
Informazioni personali
- Aidoru
- Aidoru. Così in Giappone si pronuncia la parola inglese “idol”, idolo, ed è nella terra del Sol Levante il modo di chiamare le star che, giunte giovanissime all’apice del successo, sono poi dimenticate subito dopo. Nati nei primi anni Novanta a Cesena con il nome di Konfettura, gli Aidoru sono Dario Giovannini, Diego Sapignoli, Michele Bertoni e Mirko Abbondanza.
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27/03/10
09/03/10
07/03/10
Sinestesia, Aidoru e Mandara i protagonisti della rubrica sul rock italiano di RCN
I grandi lunedì del rock tricolore
Rock City Nights n. 55 presenta: ITALIA ROCK!
Lunedì 8 marzo 2010 alle 21.30 (con replica martedì 9 marzo alle 17.00) puntata n. 55 diROCK CITY NIGHTS, il rock radio-show condotto da Donato Zoppo sulle frequenze di Radio Città - 95.800 Mhz in RDS Stereo.
Anche per il 2010 il lunedì di RCN è dedicato al miglior rock italiano con interviste e approfondimenti sulle più interessanti novità nostrane nella rubrica Italia Rock: ospiti in questa puntata n. 55 Sinestesia, Aidoru e Mandara.
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http://www.myspace.com/rcnights
RCN blog:
http://www.rcnights.splinder.com
Appuntamento alle 21.30 (e in replica il giorno successivo alle 17.00) sulle frequenze di Radio Città BN (95.800 MHZ), in audio e video streaming ai seguenti link:
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06/03/10
Aidoru - recensione di Songs Canzoni su All About Jazz
http://italia.allaboutjazz.com/php/article.php?id=4983
di Luca Pagani
Gli Aidoru pensano in questo Songs Canzoni - Landscapes Paesaggi un mondo nuovo, fatto di esperienze e poesia, ricordi e immagini. Tutti i brani qui contenuti sono esclusivamente strumentali, sebbene i testi appaiano solo nel booklet allegato, come a dimostrare l'inadeguatezza della parola oppure la timidezza nell'esprimersi attraverso la lingua.
Il nome che la band si è dato - "Aidoru" - è la trasposizione in katakana (il secondo alfabeto della lingua giapponese) della parola inglese "Idol". E' il primo di tanti nascondigli.
Prima di immaginare, pensare e creare questo mondo nuovo c'è bisogno di allontanarsi, di scappare dal mondo, quello reale. Ecco il perché dei primi 53 secondi di elettronica "sporca," rubata ad un live set. E' un momento che ci allontana e ci distende prima di "Reportage 01," in cui la chitarra "concepisce" note scandite e una melodia breve, incompiuta citando un pochino il mistero di "Dark Was the Night" di Blind Willie Johnson.
Grande attenzione è stata data dalla band nell'organizzare l'album come un unicuum, nel pensare e creare la sequenza dei brani uno dopo l'altro. In "Loopwalking," la chitarra, sparisce torna e perisce, lasciando vuoti, ma riprende a suonare in "Interludio," un altro brano in cui i musicisti hanno deciso chiaramente di lasciare spazio alla mente dell'ascoltatore. L'arpeggio è pulito, il basso elettrico è rotto e spezza il brano.
Leggermente isolato dagli altri è il brano "Albert Note," un funky non esagerato, tra i Tortoise e Lucio Battisti. E' una melodia indefinita, come le altre che compongono l'album, come lo schematico "Acrosanti," in cui chitarra, basso e batteria fanno gara a chi sparisce per primo o a chi si nasconde. Uno stimolante esercizio di rinuncia alla scrittura più che di improvvisazione vera e propria. Possiamo senz'altro considerare come un unico episodio "Meno" e "Ritratto delle correnti," che inzia con una batteria secca ma religiosamente inconsistente, la chitarra straborda, ma successivamente ritorna ad una dimensione più misteriosa e sognante. L'arpeggio rallenta, riprende, non abbiamo idea verso quale direzione si spingerà il brano, in ogni caso, siamo certi che le note ci lasceranno soli, con i nostri pensieri.
All'interno dello studio di registrazione, possiamo spiare le prove di una canzone malinconica, assorta come "Pomeriggio n. 1," senza sapere - ancora una volta - il contenuto del racconto, il significato vero del brano. E' uno degli episodi preferiti.
Ecco poi una parziale risposta ad alcune domande. "Interno," esempio di catarsi del blues, con l'interessante distruzione della materia, con il rumore elettronico, che anche questa volta, ci inganna e ci lascia con i nostri quesiti. Sembra un episodio centrale il brano successivo, "110 (Frames)," registrato durante una performance teatrale e composto dall'elettronica, tastiere e dai rumori degli oggetti prodotti dagli attori. Il suono dei gesti. Questo brano ci ricorda - per via del suono docile e meditativo dell'organo - alcuni ambienti acustici del gagaku. E' davvero questo il baricentro dell'album?
La musica, ma non il suono, finisce, ci lascia con "Note/Epilogo," in cui si intuisce un gioco affascinante ma pericoloso e una domanda che fa un po' paura porre: esiste qualcosa di più importante della musica, della sua espressione?
di Luca Pagani
Gli Aidoru pensano in questo Songs Canzoni - Landscapes Paesaggi un mondo nuovo, fatto di esperienze e poesia, ricordi e immagini. Tutti i brani qui contenuti sono esclusivamente strumentali, sebbene i testi appaiano solo nel booklet allegato, come a dimostrare l'inadeguatezza della parola oppure la timidezza nell'esprimersi attraverso la lingua.
Il nome che la band si è dato - "Aidoru" - è la trasposizione in katakana (il secondo alfabeto della lingua giapponese) della parola inglese "Idol". E' il primo di tanti nascondigli.
Prima di immaginare, pensare e creare questo mondo nuovo c'è bisogno di allontanarsi, di scappare dal mondo, quello reale. Ecco il perché dei primi 53 secondi di elettronica "sporca," rubata ad un live set. E' un momento che ci allontana e ci distende prima di "Reportage 01," in cui la chitarra "concepisce" note scandite e una melodia breve, incompiuta citando un pochino il mistero di "Dark Was the Night" di Blind Willie Johnson.
Grande attenzione è stata data dalla band nell'organizzare l'album come un unicuum, nel pensare e creare la sequenza dei brani uno dopo l'altro. In "Loopwalking," la chitarra, sparisce torna e perisce, lasciando vuoti, ma riprende a suonare in "Interludio," un altro brano in cui i musicisti hanno deciso chiaramente di lasciare spazio alla mente dell'ascoltatore. L'arpeggio è pulito, il basso elettrico è rotto e spezza il brano.
Leggermente isolato dagli altri è il brano "Albert Note," un funky non esagerato, tra i Tortoise e Lucio Battisti. E' una melodia indefinita, come le altre che compongono l'album, come lo schematico "Acrosanti," in cui chitarra, basso e batteria fanno gara a chi sparisce per primo o a chi si nasconde. Uno stimolante esercizio di rinuncia alla scrittura più che di improvvisazione vera e propria. Possiamo senz'altro considerare come un unico episodio "Meno" e "Ritratto delle correnti," che inzia con una batteria secca ma religiosamente inconsistente, la chitarra straborda, ma successivamente ritorna ad una dimensione più misteriosa e sognante. L'arpeggio rallenta, riprende, non abbiamo idea verso quale direzione si spingerà il brano, in ogni caso, siamo certi che le note ci lasceranno soli, con i nostri pensieri.
All'interno dello studio di registrazione, possiamo spiare le prove di una canzone malinconica, assorta come "Pomeriggio n. 1," senza sapere - ancora una volta - il contenuto del racconto, il significato vero del brano. E' uno degli episodi preferiti.
Ecco poi una parziale risposta ad alcune domande. "Interno," esempio di catarsi del blues, con l'interessante distruzione della materia, con il rumore elettronico, che anche questa volta, ci inganna e ci lascia con i nostri quesiti. Sembra un episodio centrale il brano successivo, "110 (Frames)," registrato durante una performance teatrale e composto dall'elettronica, tastiere e dai rumori degli oggetti prodotti dagli attori. Il suono dei gesti. Questo brano ci ricorda - per via del suono docile e meditativo dell'organo - alcuni ambienti acustici del gagaku. E' davvero questo il baricentro dell'album?
La musica, ma non il suono, finisce, ci lascia con "Note/Epilogo," in cui si intuisce un gioco affascinante ma pericoloso e una domanda che fa un po' paura porre: esiste qualcosa di più importante della musica, della sua espressione?
05/03/10
Report Live Aidoru a Roma su sound36 - articolo e reportage fotografico
http://www.sound36.com/readart.asp?articolo=671
http://www.sound36.com/readart.asp?articolo=675
È stata una serata all'insegna del suono e delle emozioni quella di giovedì sera all'Angelo Mai, in cui gli Aidoru, gruppo della scena sperimentale italiana, sono riusciti a creare un'atmosfera fatta di musica evocativa, suoni che avevano la capacità di riecheggiare paesaggi emotivi e richiamare esperienze.
Un vero viaggio nelle sensazioni: la loro musica si rifà alle armonie dei paesaggi naturali ed urbani, musica che accelera e rallenta i battiti del cuore dialogando con il vissuto di ognuno di noi. Giovedì si è percepito una particolare fusione tra il gruppo e il pubblico grazie a questa musica frutto di una costante ricerca e di una visione artistica che si fonda sul desiderio di fruire la musica in modo diverso. Una musica che porta l'ascoltatore in una dimensione ipnotica, una sorta di bolla separata dallo spazio esterno che ti porta fuori dal tempo ordinario per accomunare il pubblico in una particolarissima esperienza che stimola sensazioni e pensieri, attivando le persone ad un ascolto più consapevole delle proprie individuali percezioni. Hanno presentato il loro ultimo lavoro Songs canzoni-Landscapes paesaggi, album uscito nel 2009, edito da Trovarobato. In questa occasione li abbiamo intervistati.
Partiamo dal vostro nome ‘Aidoru'. Come mai questa scelta particolare?Michele: Aidoru è come il popolo giapponese pronuncia la parola inglese idol, che vuol dire idolo, il loro modo di pronunciarla. Gli Aidoru in Giappone sono dei personaggi, pop star musicali che vengono lanciate e nel giro di una stagione spariscono dalle scene. Delle meteore. Esistono anche da noi, ma lì in Giappone, mi diceva Dario che è italo-giapponese, esistono nei negozi di dischi i reparti ‘aidoru', dove si trovano appunto i dischi degli aidoru del momento...
Avete scelto un nome giapponese perché avete tratto qualche tipo di influenza da quel popolo? È venuto naturale pescare nella cultura giapponese con la quale avevamo un aggancio diretto visto che Dario è in parte giapponese. Prima avevamo un altro nome, noi veniamo dalla scena punk-rock, ormai più di 15 anni fa, ci chiamavamo Konfettura, eravamo ragazzetti, poi abbiamo deciso di evolverci, di sperimentare, di cambiare, di non fossilizzarci in un cliché.
Parliamo di questo cambiamento. Come siete arrivati a questo punto, come avete sviluppato la vostra ricerca? Il percorso è stato lungo, nel senso che abbiamo attraversato varie fasi: quella ad esempio della musica ‘più composta', creata cioè con l'approccio del compositore, quindi testi scritti, arrangiati con un organico strumentale di un certo tipo dove nulla o quasi è lasciato al caso. Fino all'ultimo lavoro, che è ovviamente quello che ci rappresenta di più e che ci piace adesso perché è una summa degli ultimi anni di esperienza e riassunto anche del lavoro col teatro da cui abbiamo imparato tantissimo, di ascolti personali, progetti paralleli (ognuno di noi ha suonato con altra gente, e portato poi qualcosa nel gruppo). Quest'ultimo lavoro infatti è completamente diverso, molto istintivo, molto grezzo, lasciato scarno.
Vi siete definiti ‘quartetto cameristico elettrico'... Diego: ‘Quartetto cameristico elettrico' perché abbiamo sempre avuto un interesse verso una certa sensibilità legata alla musica classica, come gusto, come cultura del suono, a parte anche il fatto che io e Dario abbiamo avuto una formazione classica: ci siamo diplomati al conservatorio, e questo ha influenzato tantissimo, sia nella composizione dei pezzi, sia nella visione del progetto. Spesso molti giornalisti reputano questo tipo di influenza legata alla musica progressive degli anni '70: ci siamo accostati a gruppi del genere, che stimiamo, ma in realtà la provenienza diretta è veramente dalla musica classica. Elettrico perché abbiamo un set elettrico. Questo ha portato anche alla nascita di un'esecuzione, una presentazione in chiave personale dell'opera di Stockhausen Tierkreis, dove siamo disposti sul palco come un quartetto d'archi, quindi a semicerchio, solo che utilizziamo i nostri strumenti, per cui è un po' questo il motivo della nostra vicinanza alla musica classica. Veniamo all'album che presentate stasera: Songs canzoni-Landscapes paesaggi. C'è un motivo del fatto che avete usato due lingue nel titolo? Michele: Questo è un lavoro in cui le canzoni, la musica non hanno un testo, ci sono alcune parole, ma sono scritte nel book del cd, son parole che forse possono essere lette durante l'ascolto, come ulteriore suggestione di quello che la nostra musica evoca in questo lavoro. Dunque, non avendo testo, non avendo un legame con la canzone ‘cantata', abbiamo pensato di renderlo più universale, con un doppio titolo. Semplicemente perché è un disco universale, non c'è un linguaggio, un idioma specifico. C'è un idioma che è la musica, le sensazioni. ‘Songs', ‘landscapes' danno un minimo di coordinate di cosa tratta ad una persona che non parla italiano. Mi davano l'idea di un sogno, di una musica ipnotica, onirica... I paesaggi, spazi fisici ma anche emotivi: sono paesaggi interiori, sensazioni? Se ti dava questa sensazione allora vuol dire che ha funzionato. È un tentativo nostro di rendere il paesaggio in musica, io vivo queste cose molto d'istinto ed è difficile tradurle in un discorso, spiegarle. Rendere in musica qualcosa di prettamente visivo: mi aggancio a questo concetto per chiedervi del vostro rapporto con le arti visive ad esempio, e con le altre arti in genere. So che avete contaminazioni soprattutto con il teatro: come queste contaminazioni hanno influito sulla vostra idea di musica, e come sono entrate concretamente nel vostro lavoro? Michele: Il lavoro che abbiamo fatto in questi ultimi anni con il Teatro Valdoca, a mio avviso è stata sicuramente tra le più grandi scuole che potevamo avere, perché abbiamo imparato a pensarci come parte di un organismo, di una comunità, essere sul palco da soli è una cosa, essere sul palco con degli attori, dove ci sono certe dinamiche, con un regista, luci, scenografie... è tutto un altro tipo di lavoro, per cui impari ad avere la consapevolezza che qualsiasi tuo gesto in scena, qualsiasi nota o suono in più avrebbe potuto avere un peso. Perciò abbiamo lavorato di sottrazione. Dario: Più che le arti visive, Il concetto di paesaggio ha influenzato la nostra musica. Sono cinque anni che lavoriamo sul paesaggio più a livello organizzativo. A Cesena organizziamo questo festival che si svolge in location inusuali, molto spesso immerse nella natura, in cui non andiamo per così dire a operare in modo violento a livello di installazioni, ma cerchiamo di fare degli allestimenti che creino una sorta di dialogo fra la tecnica, lo spettacolo, il contesto urbano o paesaggistico. Per cui tutta questa attenzione nel confronti del luogo ci ha anche portato ad una ‘introiezione' a livello formale, cioè: ‘che cos'è il paesaggio' ci siamo chiesti, perché un paesaggio ha una sua armonia formale pur non avendo degli schemi precisi. Nonostante ciò ha una sua armonia. Noi abbiamo cercato di portare questo concetto all'interno della nostra musica: abbiamo cercato di creare dei suoni che non avessero delle immediate riconduzioni a degli schemi, però avessero comunque una loro armonia. Il processo è stato molto sottile, un'elaborazione molto lenta, ci siamo arrivati piano, abbiamo fatto tanti esperimenti creando degli spazi sonori dove si potessero muovere degli attori, dei danzatori, e alla fine ci siamo arrivati secondo me, perché non avverti la forma ma avverti l'armonia. E' anche per questo motivo che siamo difficilmente catalogabili. E l'armonia di uno spazio ovviamente entra in rapporto con il tuo interno, la tua anima.
La voce come strumento. C'è molta improvvisazione? È un processo emotivo. Non cerchiamo parole, è pura voce, pura espressione, fai una nota o un'altra, e cambia di volta in volta. Parlatemi dei prossimi progetti. Per la fine dell'anno abbiamo già in progetto l'uscita del nuovo lavoro, che è questa rielaborazione in chiave rock di una composizione di Stockhausen, che abbiamo presentato a Roma mercoledì, e sta raggiungendo una forma che andrà a finire sul disco a fine anno.
Monica Garavello (28.2.10)
http://www.sound36.com/readart.asp?articolo=675
È stata una serata all'insegna del suono e delle emozioni quella di giovedì sera all'Angelo Mai, in cui gli Aidoru, gruppo della scena sperimentale italiana, sono riusciti a creare un'atmosfera fatta di musica evocativa, suoni che avevano la capacità di riecheggiare paesaggi emotivi e richiamare esperienze.
Un vero viaggio nelle sensazioni: la loro musica si rifà alle armonie dei paesaggi naturali ed urbani, musica che accelera e rallenta i battiti del cuore dialogando con il vissuto di ognuno di noi. Giovedì si è percepito una particolare fusione tra il gruppo e il pubblico grazie a questa musica frutto di una costante ricerca e di una visione artistica che si fonda sul desiderio di fruire la musica in modo diverso. Una musica che porta l'ascoltatore in una dimensione ipnotica, una sorta di bolla separata dallo spazio esterno che ti porta fuori dal tempo ordinario per accomunare il pubblico in una particolarissima esperienza che stimola sensazioni e pensieri, attivando le persone ad un ascolto più consapevole delle proprie individuali percezioni. Hanno presentato il loro ultimo lavoro Songs canzoni-Landscapes paesaggi, album uscito nel 2009, edito da Trovarobato. In questa occasione li abbiamo intervistati.
Partiamo dal vostro nome ‘Aidoru'. Come mai questa scelta particolare?Michele: Aidoru è come il popolo giapponese pronuncia la parola inglese idol, che vuol dire idolo, il loro modo di pronunciarla. Gli Aidoru in Giappone sono dei personaggi, pop star musicali che vengono lanciate e nel giro di una stagione spariscono dalle scene. Delle meteore. Esistono anche da noi, ma lì in Giappone, mi diceva Dario che è italo-giapponese, esistono nei negozi di dischi i reparti ‘aidoru', dove si trovano appunto i dischi degli aidoru del momento...
Avete scelto un nome giapponese perché avete tratto qualche tipo di influenza da quel popolo? È venuto naturale pescare nella cultura giapponese con la quale avevamo un aggancio diretto visto che Dario è in parte giapponese. Prima avevamo un altro nome, noi veniamo dalla scena punk-rock, ormai più di 15 anni fa, ci chiamavamo Konfettura, eravamo ragazzetti, poi abbiamo deciso di evolverci, di sperimentare, di cambiare, di non fossilizzarci in un cliché.
Parliamo di questo cambiamento. Come siete arrivati a questo punto, come avete sviluppato la vostra ricerca? Il percorso è stato lungo, nel senso che abbiamo attraversato varie fasi: quella ad esempio della musica ‘più composta', creata cioè con l'approccio del compositore, quindi testi scritti, arrangiati con un organico strumentale di un certo tipo dove nulla o quasi è lasciato al caso. Fino all'ultimo lavoro, che è ovviamente quello che ci rappresenta di più e che ci piace adesso perché è una summa degli ultimi anni di esperienza e riassunto anche del lavoro col teatro da cui abbiamo imparato tantissimo, di ascolti personali, progetti paralleli (ognuno di noi ha suonato con altra gente, e portato poi qualcosa nel gruppo). Quest'ultimo lavoro infatti è completamente diverso, molto istintivo, molto grezzo, lasciato scarno.
Vi siete definiti ‘quartetto cameristico elettrico'... Diego: ‘Quartetto cameristico elettrico' perché abbiamo sempre avuto un interesse verso una certa sensibilità legata alla musica classica, come gusto, come cultura del suono, a parte anche il fatto che io e Dario abbiamo avuto una formazione classica: ci siamo diplomati al conservatorio, e questo ha influenzato tantissimo, sia nella composizione dei pezzi, sia nella visione del progetto. Spesso molti giornalisti reputano questo tipo di influenza legata alla musica progressive degli anni '70: ci siamo accostati a gruppi del genere, che stimiamo, ma in realtà la provenienza diretta è veramente dalla musica classica. Elettrico perché abbiamo un set elettrico. Questo ha portato anche alla nascita di un'esecuzione, una presentazione in chiave personale dell'opera di Stockhausen Tierkreis, dove siamo disposti sul palco come un quartetto d'archi, quindi a semicerchio, solo che utilizziamo i nostri strumenti, per cui è un po' questo il motivo della nostra vicinanza alla musica classica. Veniamo all'album che presentate stasera: Songs canzoni-Landscapes paesaggi. C'è un motivo del fatto che avete usato due lingue nel titolo? Michele: Questo è un lavoro in cui le canzoni, la musica non hanno un testo, ci sono alcune parole, ma sono scritte nel book del cd, son parole che forse possono essere lette durante l'ascolto, come ulteriore suggestione di quello che la nostra musica evoca in questo lavoro. Dunque, non avendo testo, non avendo un legame con la canzone ‘cantata', abbiamo pensato di renderlo più universale, con un doppio titolo. Semplicemente perché è un disco universale, non c'è un linguaggio, un idioma specifico. C'è un idioma che è la musica, le sensazioni. ‘Songs', ‘landscapes' danno un minimo di coordinate di cosa tratta ad una persona che non parla italiano. Mi davano l'idea di un sogno, di una musica ipnotica, onirica... I paesaggi, spazi fisici ma anche emotivi: sono paesaggi interiori, sensazioni? Se ti dava questa sensazione allora vuol dire che ha funzionato. È un tentativo nostro di rendere il paesaggio in musica, io vivo queste cose molto d'istinto ed è difficile tradurle in un discorso, spiegarle. Rendere in musica qualcosa di prettamente visivo: mi aggancio a questo concetto per chiedervi del vostro rapporto con le arti visive ad esempio, e con le altre arti in genere. So che avete contaminazioni soprattutto con il teatro: come queste contaminazioni hanno influito sulla vostra idea di musica, e come sono entrate concretamente nel vostro lavoro? Michele: Il lavoro che abbiamo fatto in questi ultimi anni con il Teatro Valdoca, a mio avviso è stata sicuramente tra le più grandi scuole che potevamo avere, perché abbiamo imparato a pensarci come parte di un organismo, di una comunità, essere sul palco da soli è una cosa, essere sul palco con degli attori, dove ci sono certe dinamiche, con un regista, luci, scenografie... è tutto un altro tipo di lavoro, per cui impari ad avere la consapevolezza che qualsiasi tuo gesto in scena, qualsiasi nota o suono in più avrebbe potuto avere un peso. Perciò abbiamo lavorato di sottrazione. Dario: Più che le arti visive, Il concetto di paesaggio ha influenzato la nostra musica. Sono cinque anni che lavoriamo sul paesaggio più a livello organizzativo. A Cesena organizziamo questo festival che si svolge in location inusuali, molto spesso immerse nella natura, in cui non andiamo per così dire a operare in modo violento a livello di installazioni, ma cerchiamo di fare degli allestimenti che creino una sorta di dialogo fra la tecnica, lo spettacolo, il contesto urbano o paesaggistico. Per cui tutta questa attenzione nel confronti del luogo ci ha anche portato ad una ‘introiezione' a livello formale, cioè: ‘che cos'è il paesaggio' ci siamo chiesti, perché un paesaggio ha una sua armonia formale pur non avendo degli schemi precisi. Nonostante ciò ha una sua armonia. Noi abbiamo cercato di portare questo concetto all'interno della nostra musica: abbiamo cercato di creare dei suoni che non avessero delle immediate riconduzioni a degli schemi, però avessero comunque una loro armonia. Il processo è stato molto sottile, un'elaborazione molto lenta, ci siamo arrivati piano, abbiamo fatto tanti esperimenti creando degli spazi sonori dove si potessero muovere degli attori, dei danzatori, e alla fine ci siamo arrivati secondo me, perché non avverti la forma ma avverti l'armonia. E' anche per questo motivo che siamo difficilmente catalogabili. E l'armonia di uno spazio ovviamente entra in rapporto con il tuo interno, la tua anima.
La voce come strumento. C'è molta improvvisazione? È un processo emotivo. Non cerchiamo parole, è pura voce, pura espressione, fai una nota o un'altra, e cambia di volta in volta. Parlatemi dei prossimi progetti. Per la fine dell'anno abbiamo già in progetto l'uscita del nuovo lavoro, che è questa rielaborazione in chiave rock di una composizione di Stockhausen, che abbiamo presentato a Roma mercoledì, e sta raggiungendo una forma che andrà a finire sul disco a fine anno.
Monica Garavello (28.2.10)
04/03/10
Aidoru presenti sulla compilation di A Buzz Supreme, in download gratuito con Rockstar di Febbraio.
http://www.rockstar.it/CompilationBUZZ.asp
Questo mese Rockstar vi offre un piatto davvero ricco: una compilazione da scaricare gratis con artisti curati da A Buzz Supreme, ufficio stampa e promozione di nomi come Samuel Katarro, Beatrice Antolini, Julie’s Haircut e molti altri.
8. “Albert None”
Aidoru
DA “SONGS CANZONI”
Gli Aidoru arrivano da Cesena e sono in pista da ben quindici anni. La loro proposta musicale oscilla tra post-rock e sperimentazione, jazz e rock strumentale dai tratti languidi e poetici. Musica intensa, profonda e suggestiva, ricca di sfumature che tratteggia paesaggi sonori di rara efficacia. Come l’elegante “Albert None” che vi presentiamo.
Questo mese Rockstar vi offre un piatto davvero ricco: una compilazione da scaricare gratis con artisti curati da A Buzz Supreme, ufficio stampa e promozione di nomi come Samuel Katarro, Beatrice Antolini, Julie’s Haircut e molti altri.
8. “Albert None”
Aidoru
DA “SONGS CANZONI”
Gli Aidoru arrivano da Cesena e sono in pista da ben quindici anni. La loro proposta musicale oscilla tra post-rock e sperimentazione, jazz e rock strumentale dai tratti languidi e poetici. Musica intensa, profonda e suggestiva, ricca di sfumature che tratteggia paesaggi sonori di rara efficacia. Come l’elegante “Albert None” che vi presentiamo.
Report live Aidoru su Fuori dal Mucchio
http://www.ilmucchio.it/fdm_content.php?sez=sulpalco&id_riv=74&id=59
AIDORU
Beba do Samba/Angelo Mai, Roma, 17/18 febbraio 2008
Sono passati per Roma il 17 e 18 febbraio gli Aidoru (si ricordi la rigorosa accentatura della prima vocale nella pronuncia del nome), proponendo due opere così lontane, ma allo stesso tempo così simili nella capacità di delineare, nell’ interpretazione emozionale e profonda compiuta dal gruppo, veri e propri paesaggi dell’anima. Arrivando dalla loro tournée promozionale del nuovo album “Songs – Landscapes” (Trovarobato/Audioglobe), partiti da Cesena, e in cammino per lo stivale, sono planati nei luoghi del Beba do Samba e dell’Angelo Mai. Hanno rotto il ghiaccio con la capitale proponendo il loro viaggio nel mondo di Stockhausen, che ha sorpreso il pubblico attento e selezionato che è intervenuto al Beba, situato nel quartiere di S. Lorenzo. Per interpretare il “Tierkreis” (Zodiaco) presenti sul palco Dario Giovannini (voce, chitarra), Diego Sapignoli (batteria, percussioni, campionamenti, glockenspiel, melodica, chitarra), Michele Bertoni (chitarra, basso, batteria). Dovendo fare a meno di una costola importante del gruppo per le due date: Mirko Abbondanza, e il suo basso. Non volendo pensare che potesse essere un handicap, ma uno spunto per dar sfogo alla loro creatività, gli Aidoru in trio hanno inserito nella loro strumentazione il vibrafono, in modo da avere una maggiore varietà timbrica, che si è subito fatta notare sul palco fin dalle prime note di “Aquarius”: viene infatti spiegato che, come da indicazione del maestro Stockhausen, la presentazione di “Tierkreis” dovrà sempre rispettare il calendario zodiacale. Dunque, febbraio = acquario, e via a procedere, fino a concludere il cerchio che riporterà questo viaggio astrale di nuovo all’inizio. Assorti e ispirati, i tre rispettano, zodiaco dopo zodiaco, quanto affermato: “Abbiamo scelto di lavorare sulle melodie di ‘Tierkreis’ perché hanno un sapore celeste e sospeso, sono libere ed estasianti…”. Il piccolo palco è tagliato dalle luci che vanno a illuminare gesti attenti, che, proponendone una versione rock-punk lunare, con momenti di quiete e accelerazioni improvvise, assolvono a quanto promesso. In attesa che esca l’album a ottobre per la Trovarobato/Audioglobe, arriva il bis della travolgente “Libra” (Bilancia) e un pezzo dal nuovo album, “Interludio”, che ci spinge a forza in altre dimensioni. E verso il live del giorno dopo nei pressi delle Terme di Caracalla, altri spazi temporali dove ha trovato finalmente posto il nuovo Angelo Mai, sfrattato nottetempo dal Rione Monti. Un grande capannone multiuso artistico, accanto a una casetta per il bere e mangiare, accoglie il nostro trio, sul palco pronto a lasciarsi andare di fronte a un pubblico di nuovo conquistato dalle esplosioni emotive del gruppo che con generosità non si tira indietro nel regalarci questo viaggio nel loro mondo personale. Occhi chiusi, presi dall’ispirazione, con amorevole attenzione consegnano un’ora di concerto che a tratti viene rotto dall’applauso sentito del pubblico, che in un dialogo silenzioso col gruppo, sente quando anche quel battito di mani fa parte davvero di quanto sta avvenendo. Non risparmiandosi, dopo l’ingresso iniziale d’acuto di Giovannini, alla voce e chitarra, Sapignoli avvolgendo la sua batteria, Bertoni alla chitarra e al live electronics, tutti dedicandosi a effetti distorcenti essenziali, procedono tra i brani di repertorio, concentrandosi in particolare sui 17 di “Songs - Landscapes”. Il pubblico, entusiasta, alla fine ringrazia con decisione.
Giacomo d’Alelio
AIDORU
Beba do Samba/Angelo Mai, Roma, 17/18 febbraio 2008
Sono passati per Roma il 17 e 18 febbraio gli Aidoru (si ricordi la rigorosa accentatura della prima vocale nella pronuncia del nome), proponendo due opere così lontane, ma allo stesso tempo così simili nella capacità di delineare, nell’ interpretazione emozionale e profonda compiuta dal gruppo, veri e propri paesaggi dell’anima. Arrivando dalla loro tournée promozionale del nuovo album “Songs – Landscapes” (Trovarobato/Audioglobe), partiti da Cesena, e in cammino per lo stivale, sono planati nei luoghi del Beba do Samba e dell’Angelo Mai. Hanno rotto il ghiaccio con la capitale proponendo il loro viaggio nel mondo di Stockhausen, che ha sorpreso il pubblico attento e selezionato che è intervenuto al Beba, situato nel quartiere di S. Lorenzo. Per interpretare il “Tierkreis” (Zodiaco) presenti sul palco Dario Giovannini (voce, chitarra), Diego Sapignoli (batteria, percussioni, campionamenti, glockenspiel, melodica, chitarra), Michele Bertoni (chitarra, basso, batteria). Dovendo fare a meno di una costola importante del gruppo per le due date: Mirko Abbondanza, e il suo basso. Non volendo pensare che potesse essere un handicap, ma uno spunto per dar sfogo alla loro creatività, gli Aidoru in trio hanno inserito nella loro strumentazione il vibrafono, in modo da avere una maggiore varietà timbrica, che si è subito fatta notare sul palco fin dalle prime note di “Aquarius”: viene infatti spiegato che, come da indicazione del maestro Stockhausen, la presentazione di “Tierkreis” dovrà sempre rispettare il calendario zodiacale. Dunque, febbraio = acquario, e via a procedere, fino a concludere il cerchio che riporterà questo viaggio astrale di nuovo all’inizio. Assorti e ispirati, i tre rispettano, zodiaco dopo zodiaco, quanto affermato: “Abbiamo scelto di lavorare sulle melodie di ‘Tierkreis’ perché hanno un sapore celeste e sospeso, sono libere ed estasianti…”. Il piccolo palco è tagliato dalle luci che vanno a illuminare gesti attenti, che, proponendone una versione rock-punk lunare, con momenti di quiete e accelerazioni improvvise, assolvono a quanto promesso. In attesa che esca l’album a ottobre per la Trovarobato/Audioglobe, arriva il bis della travolgente “Libra” (Bilancia) e un pezzo dal nuovo album, “Interludio”, che ci spinge a forza in altre dimensioni. E verso il live del giorno dopo nei pressi delle Terme di Caracalla, altri spazi temporali dove ha trovato finalmente posto il nuovo Angelo Mai, sfrattato nottetempo dal Rione Monti. Un grande capannone multiuso artistico, accanto a una casetta per il bere e mangiare, accoglie il nostro trio, sul palco pronto a lasciarsi andare di fronte a un pubblico di nuovo conquistato dalle esplosioni emotive del gruppo che con generosità non si tira indietro nel regalarci questo viaggio nel loro mondo personale. Occhi chiusi, presi dall’ispirazione, con amorevole attenzione consegnano un’ora di concerto che a tratti viene rotto dall’applauso sentito del pubblico, che in un dialogo silenzioso col gruppo, sente quando anche quel battito di mani fa parte davvero di quanto sta avvenendo. Non risparmiandosi, dopo l’ingresso iniziale d’acuto di Giovannini, alla voce e chitarra, Sapignoli avvolgendo la sua batteria, Bertoni alla chitarra e al live electronics, tutti dedicandosi a effetti distorcenti essenziali, procedono tra i brani di repertorio, concentrandosi in particolare sui 17 di “Songs - Landscapes”. Il pubblico, entusiasta, alla fine ringrazia con decisione.
Giacomo d’Alelio
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